Sahasrāra Chakra

Oltre l’esercizio fisico: il vero significato di āsana nella tradizione dello yoga

Oggi la parola āsana evoca quasi esclusivamente l’immagine di posture acrobatiche, flessibilità estrema e performance fisica da esibire sui social media. Questa visione occidentale e contemporanea rischia però di svuotare la pratica della sua millenaria profondità filosofica. Nella tradizione classica, l’esercizio fisico è solo la superficie di un processo ben più profondo: un viaggio alchemico che trasforma il corpo da limite a veicolo di liberazione spirituale.

Il termine sanscrito āsana significa letteralmente “sedersi”, “posizione seduta” oppure “posto in cui si sta seduti, luogo del fermarsi”. Nella tradizione yogica l’āsana non nasce come semplice esercizio fisico — come viene superficialmente inteso al giorno d’oggi dai non addetti ai lavori — ma viene concepito come una postura stabile e confortevole atta a predisporre il complesso psicofisico alla meditazione e al risveglio, e come uno strumento di purificazione energetica e di stimolazione del prāṇa.

Entriamo più nel dettaglio analizzando come gli Yoga Sūtra di Patañjali e la tradizione dello haṭhayoga descrivono l’āsana.

L’āsana negli Yoga Sūtra di Patañjali: uno stato interiore

Gli Yoga Sūtra di Patañjali (PYS) definiscono l’āsana attraverso tre celebri aforismi:
Sthira-sukham-āsanam (PYS II, 46): Ciò che è stabile e confortevole è āsana.
Prayatna-śaithilya-ananta-samāpattibhyām (PYS II, 47): [L’āsana si realizza] mediante il rilascio dello sforzo e l’assorbimento nell’infinito.
Tataḥ dvandva-anabhighātaḥ (PYS II, 48): Una volta realizzato lo stato di āsana la tensione dovuta al conflitto tra le condizioni contrarie o opposte, sia interne che esterne, cade.

Come si può facilmente notare, Patañjali non descrive alcuna postura specifica, ma si concentra sullo stato interiore che il praticante deve raggiungere. L’etimologia del termine āsana rimanda, in senso fisico, sia allo stare assisi e immobili là dove ci si è insediati, sia al supporto materiale su cui si siede; in senso più ampio, invita all’essere presenti, al dimorare. Pertanto, l’āsana non è più semplicemente una postura seduta, ma rappresenta l’atto stesso del risiedere.
Quando pratichiamo una postura, diventiamo consapevoli di ciò che avviene a livello strutturale: iniziamo ad abitare consapevolmente il corpo e ad aprirci alle sensazioni di quel preciso istante, favorendo il radicamento nel “qui e ora”. Inoltre, la ricerca di una condizione di equilibrio e agio acquieta la mente; la coscienza può così muoversi oltre la finitezza del corpo e aprirsi a una dimensiona più spaziosa e illimitata. Questo stato favorisce il sorgere di una percezione di unità e di non-separatezza tra mente, respiro e corpo e, in senso macrocosmico, tra se stessi e l’ambiente circostante, consentendo la fioritura di una visione non-duale della realtà.

Lo stato di āsana conduce inoltre verso l’esperienza dell’energia vitale che ci abita, introducendo al prāṇāyāma. Il sūtra successivo recita infatti:
Tasmin-sati-śvāsa-praśvāsayoḥ gati-vicchedaḥ prāṇāyāmaḥ (PYS II, 49): Raggiunto l’āsana, si diventa consapevoli del movimento del respiro (śvāsa e praśvāsa) e dell’energia (prāṇa) che lo guida, osservando come essa agisce dentro di sé.

Il primo passo è fermarsi per abitare se stessi, comprendendo dove ci si trova, poiché āsana può essere inteso proprio come “là, dove si è”. È fondamentale osservare a cosa la coscienza si sia legata o in cosa si identifichi — che sia il periodo difficile che stiamo vivendo o una discussione appena avuta con il partner — per poi abbandonare ogni attaccamento e aprirsi all’impermanenza di ogni fenomeno e, quindi, al flusso della vita. Allora l’āsana si rivela come un concetto esistenziale: la scelta consapevole di rimanere radicati in se stessi di fronte all’impermanenza dell’esistenza. Nella pratica sul tappetino, il continuo susseguirsi di posture e la ricerca di stabilità in ognuna di esse insegna a mantenere il centro, rimanendo a proprio agio di fronte al continuo modificarsi delle condizioni sia interne sia esterne.

La visione dello Haṭhayoga: purificazione ed energia vitale

Lo Hathayoga Pradīpikā: purificare la fisiologia sottile

Lo Haṭhayoga Pradīpikā (HP) definisce così gli āsana:
Sthairyamārogyaṃ caṅgala-lāghavam (HP I, 17): Gli āsana promuovono la stabilità (sthairya), la salute (ārogya) e la leggerezza del corpo (lāghava).

Nel testo segue la descrizione di quindici āsana, tra i quali i più importanti sono le posture sedute, idonee alle pratiche di prāṇāyāma e alla meditazione. In questo contesto l’āsana diventa uno strumento attivo per agire sulla fisiologia sottile: serve a purificare i canali energetici (nāḍī), sbloccare il flusso del prāṇa e preparare il corpo a risvegliare l’energia latente, la kuṇḍalinī śakti. Il capitolo si chiude ricordando che la purificazione fisica e una dieta moderata non sono il fine ultimo. Chi pratica solo lo haṭhayoga senza mirare al rājayoga — ovvero alla dissoluzione della mente e al raggiungimento dello stato di samādhi, disperde le proprie energie e non otterrà i frutti della realizzazione.

Lo Śiva Saṃhitā: il corpo come sigillo geometrico dell’energia

Il verso fondamentale che definisce gli āsana secondo lo Śiva Saṃhitā (ŚS) recita:
Āsanebhyaḥ samastebhyaś-catuṣkam-ūḍham-ucyatetatrāpi siddha-padmābhyāṃ pratyekaṃ lakṣayet sudhīḥ (ŚS III, 84): Tra tutte le innumerevoli posizioni, quattro sono le più importanti. Tra queste quattro, l’uomo saggio dovrebbe concentrarsi e praticare soprattutto le prime due: siddhāsana e padmāsana.
Nello Śiva Saṃhitā l’āsana diventa un vero e proprio sigillo geometrico: il corpo deve stabilizzarsi in queste forme specifiche affinché il praticante possa eseguire il prāṇāyāma senza disperdere l’energia accumulata.

La Gheranda Saṃhitā: cuocere la “giara” nel fuoco della pratica

Infine, la Gheraṇḍa Saṃhitā introduce una prospettiva enciclopedica e pragmatica. Nel secondo capitolo, il saggio Gheraṇḍa spiega che esistono tante posizioni quanti sono gli esseri viventi, ma ne seleziona trentadue essenziali per il benessere dell’essere umano nel mondo terreno (mṛtyu loka). All’interno del sistema a sette stadi (saptāṅgayoga) proprio di questo testo, gli āsana non hanno la sola funzione di stabilizzare l’energia, ma rappresentano lo strumento fondamentale per ottenere la forza e la solidità fisica, qualità indispensabili per procedere verso i livelli più elevati. Il corpo è visto originariamente come una giara di terracotta non cotta (ghaṭa) che si dissolve se vi si versa dell’acqua; l’āsana, all’interno della disciplina complessiva, serve a cuocere la giara nel fuoco della pratica, conferendole resistenza, robustezza e immutabilità (dṛḍhatā).

Conclusione: vivere la filosofia dello yoga sul tappetino

Dalla purificazione del sé alla conoscenza dell’universale

Sia nello Haṭhayoga Pradīpikā sia nella Gheraṇḍa Saṃhitā vengono descritte pratiche di purificazione (ṣaṭkarma) atte a liberare il corpo del praticante dalle scorie della vita quotidiana: una sorta di pulizia dell’individuo, fisica ed etica, che mira a sgretolare le sovrastrutture e la personalità esteriore costruite nel corso del tempo, per far emergere la sua natura essenziale e universale.
Sotto prospettive diverse, lo yoga avverte che attraverso gli āsana il praticante ha la possibilità di compiere l’unica esperienza conoscitiva realmente possibile: quella di sé come individualità, attraverso la quale, di riflesso, potrà conoscere l’altro da sé e, in ultima istanza, l’universale.

In definitiva, l’āsana non si riduce mai a una mera sfilata di forme geometriche eseguite sul tappetino. Ogni postura è un microcosmo esistenziale, un laboratorio in cui impariamo a rimanere stabili quando tutto intorno vacilla e a trovare l’agio nel cuore dello sforzo. Curando la giara del nostro corpo e purificandone i canali energetici, smantelliamo a uno a uno gli strati dell’ego e le sovrastrutture sociali. È proprio in questo preciso istante, nel silenzio di una mente acquietata, che l’āsana compie la sua promessa più alta: aprirsi alla dimensione esistenziale dell’Essere.

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