Vishuddha Chakra

Ānjā Chakra

Ānjā chakra è situato nello spazio tra le sopracciglia, nella posizione del terzo occhio ed è visualizzato come un loto di abbacinante splendore lunare a due petali con iscritte in bianco iridato le lettere nasalizzate ham, ksam.
Il terzo occhio è l’occhio della visione superiore che trascende i processi duali della mente. È il centro dell’intuizione interiore, l’osservazione pura, priva di attaccamento alle percezioni sensoriali che spesso colorano la nostra interpretazione della realtà e rendono la mente turbolenta. Vi dimorano buddhi, chitta e ahamkâra – rispettivamente l’intelletto, la coscienza identificata – mente, il senso dell’ego – che secondo la struttura proposta dal sāmkhya sono manifestazioni più sottili della prakŗti. Comunemente e in breve si dice che manas è il tattva dell’ānjā chakra.

Nel sesto chakra, idā, pingalā, e susumnā, si incontrano nella triveņī, la triplice confluenza che questa volta, a differenza della confluenza in mulādharā ancora legata al dominio della materia, è liberatoria, poiché le nadi si separano definitivamente sfociando idā nella narice sinistra, pingalā in quella destra e susumnā proseguendo sopra ānjā.

Nel centro del chakra troviamo una yoni, il triangolo equilatero con il vertice verso il basso, che contiene il itara linga, una delle forme falliche di Śiva, splendente come la folgore. I tre linga sono dunque rispettivamente in mulādharā, anāhata e ānjā, in quei chakra in cui troviamo i granthi perché in questi tre nodi la forza della Śakti è molto potente.

Le divinità presenti in ānjā sono: Hākinī, seduta su un fiore di loto bianco a rafforzare l’idea della purezza della divinità, correlata alla chiarezza dello stato mentale e Paramaśiva nella forma di hamsa.

Sempre nel triangolo, appare Om il praņava, il supremo tra tutti i mantra composto dalle lettere A e U che danno come suono O coronato dalla nasalizzazione. Sopra il praņava vi è infatti il candra bindu, la mezzaluna con iscritto il punto che prolunga la risonanza del suono nasale simile a una M. Tale prolungamento è il nāda, la vibrazione primigenia. Il praņava illumina con il suo splendore citrini, la guaina più interna della susumnā ed è la manifestazione dell’antarātman, l’ātman interiore nella forma di puro intelletto, splendente come la fiamma di una lampada.
Il percorso dei chakra è il viaggio dell’anima verso la sede suprema. I nomi che vengono attribuiti all’ ātman nei vari livelli variano a seconda del grado di consapevolezza e di coscienza raggiunto in mulādharā, il jivātman è l’anima vivente, la coscienza individuale coinvolta nel mondo. In anāhata, il jivātman è simboleggiato dall’hamsa. Il suo apparire come fiamma immobile indica l’avvenuto distacco dalle passioni umane, la sua totale dedizione al divino. Qui in ānjā, collegato con il puro intelletto illuminato dall’apertura del terzo occhio, jivātman si è completamente interiorizzato. Ed emerge la consapevolezza della coincidenza di jivātman, anima individuale e Paramātman, anima universale che verrà pienamente realizzata in sahasrāra, poiché in ānjā permane maya, una traccia delle percezioni distorte della realtà.

Il mentale si dissolve in questo sesto chakra, poiché il praticante, grazie alla pratica continua del praņava, e attraverso pratiche come yoni-mudrā e khecari mudrā, volte a sigillare il prana e a trattenerlo in modo da pacificare il mentale, realizza la disconnessione della mente dagli oggetti dei sensi, interrompendo ogni legame con il mondo esterno. Di seguito il praticante è colto da un’altra visione: scorge una luce simile a una lampada fiammeggiante e rifulgente come il sole chiaro del mattino che unisce la terra, mulādharā, al cielo, quello spazio vuoto che si trova sopra la sānkhini, una nadi importante che transita nella gola e si divide in un dotto curvo che attraverso il palato va nell’orecchio sinistro. In questo bagliore si manifesta Paramaśiva nella sua piena potenza, puro e inalterabile testimone. Egli, infatti, non è coinvolto nel processo di manifestazione dell’universo ha causato dalla Śakti e rappresenta nell’essere umano la natura divina immutabile.

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